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Forza Macao!

Una mattina ti svegli e scopri che è successo qualcosa, qualcosa di diverso, qualcosa che forse non era mai capitato in Italia, almeno che io ricordi.

“Hanno occupato un grattacielo” si dice, e ti chiedi come sia possibile l’occupazione di un intero grattacielo, poi scopri che è via Galvani, e ti sembra ancora più incredibile. Lì vicino a quei mostri che iniziano a svettare in città, simboli di una modernità inutile, che a Milano servirebbe in basso, non in alto. Proprio lì hanno occupato un grattacielo.

E allora questa notizia sembra una vera e propria sfida in faccia alla nuova inutile sede della regione, dalla quale un giorno spero cadrà (metaforicamente, si intende) Formigoni; all’altra nuova torre con guglia, costruita senza chiedere ai milanesi ne ne volessero un’altra, oltre a quelle del Duomo; e a tutti i palazzi che sorgeranno in quell’area.

Si dice siano artisti, si dice vogliano fare di quel grattacielo il nuovo centro per l’arte di Milano. Per me sono semplicemente ragazzi. Ragazzi che in una città che ha chiuso quasi tutti gli spazi a loro dedicati, hanno fatto la somma dei metri quadri di quegli spazi e ne hanno preso uno corrispondente.

Ora siamo Pari.

La parità è completata anche dal fatto che  il grattacielo occupato appartiene al gruppo Ligresti, che il caso vuole sia direttamente coinvolto nella costruzione dell’area Garibaldi-Repubblica e che vorrebbe tanto mangiarsi anche il Parco Sud di Milano e forse ogni centimetro di città non costruito.

Io solitamente sono contro le occupazioni, sono illegali e su questo non ci sono se e ma da snocciolare.

In questo caso, però (ho detto se e ma, non però), ha un significato particolare, è qualcosa di più di un’occupazione, è una rivoluzione, è un risveglio.

Lascio a il Giornale le sue prevedibili considerazioni da giornale di regime (caduto), ma anche le giuste considerazioni sui locali che faticano a stare in piedi rispettando tutte le leggi.

I ragazzi di Macao non perdono tempo. Stanno rimettendo a posto gli spazi, hanno già iniziato a fare i primi eventi, hanno creato una pagina facebook che in pochi giorni ha raccolto migliaia di curiosi e sostenitori. Oltre a quelli che passano di là tutti i giorni (cosa che non ho ancora fatto, ma che farò nei prossimi giorni) e che vanno a toccare con mano. E sono appena entrati. Pensate a che vulcano di idee e iniziative potrebbe diventare col tempo.

Macao è un ventilatore gigantesco che sta soffiando su quel vento che è cambiato un anno fa, ma che è già un po’ stanco. Macao metterà a dura prova questa giunta, che si è fatta portatrice di cultura, ma pare troppo pesante da portare, perché ancora non si sono visti grossi cambiamenti.

Io non so cosa faranno, non so quanto durerà questa avventura, non so cosa comporterà, cosa diventerà, ma anche se finisse domani (scongiuri) Macao ha già fatto tantissimo, ha già raggiunto un grosso obiettivo, è riuscito in un’impresa folle: risvegliare, ma davvero, Milano e i milanesi.

Altro che Fuorisalone.

Molti l’hanno definito il Tacheles di Milano, magari lo diventasse… magari…

Quindi a prescindere: Forza Macao!


Juventino, campione piccolino.

La Juve se lo meritava questo scudetto. Su questo non ci sono dubbi. Giù il cappello.

Non esiste un’altra squadra che abbia fatto un campionato paragonabile al suo. Il Milan ad un certo punto avrebbe potuto metterla in crisi, se non avesse avuto una squadra impostata su un giocatore, Lo Zingaro, che crea e distrugge a suo piacimento.

Per l’Inter (per chi non lo sapesse, la mia squadra) nonostante questo finale positivo è stato un anno disastroso, in cui si è perso del tempo prezioso, durante il quale bisognava ripartire da zero e costruire una nuova squadra senza pensare a Champions e Scudetto. Le altre suadre, tipo il Napoli, non hanno mai avuto neanche un decimo della personalità della Vecchia Signora, che serviva per vincere questo campionato.

Ma come spesso è accaduto quest’anno, invece di vivere serenamente questi grandi risultati, gli juventini, capitanati dal loro presidente, perdono tempo e fegato a rimuginare sul passato. Invece di usare questo scudetto per ripartire, per aprire una nuova pagina, fanno tutto il contrario, e ancora una volta cadono sulla buccia dello stile.

Marotta non rinuncia a mettere il becco in affari che a lui non riguardano, e fa la sua dichiarazione sui 30 scudetti e sulla terza stella… Lui, juventino dall’altro ieri, rivendica qualcosa che lui neanche conosce, che neanche ha vissuto, rivendica qualcosa che a lui non è stato tolto.

Agnelli non perde un minuto e anche lui ci mette del suo. Non smetterò mai di stupirmi per la mancanza di stile, di eleganza e per la stupidità di quest’uomo. Per anni si è detto che Moratti fosse il fratello scemo messo a guidare l’Inter per non fare danni in azienda, ma ho la netta impressione che il fratello scemo non sia quello della famiglia Moratti…

Tutto Sport, se mai ci fossero ancora dubbi, conferma a caratteri cubitali di non essere un giornale, di non fare giornalismo, ma di essere la brutta copia ingigantita di un giornaletto per juveclub… prende anche contributi statali?

Ora manca una partita, e 4 punti dividono la Juve dal Milan, se mettiamo il caso la Juve perdesse e il Milan vincesse, quel gol non dato a Muntari assumerebbe una dimensione gigantesca, difficile da non considerare, difficile da eliminare dalla memoria (cari milanisti, ora capite quello che abbiamo vissuto noi…)

Chiariamo subito che la Juve avrebbe vinto lo stesso anche senza quell’errore, perchè come ho detto prima la sua superiorità è stata netta (e ammetto di essermi sbagliato di brutto a tal proposito in un mio precedente articolo). Probabilmente poi vincerà la prossima e io sto qui a parlare per niente.

Ma che valore avrebbe avuto questo scudetto, se Buffon avesse avuto le palle di essere un grande uomo oltre ad essere un grande giocatore? Che soddisfazione sarebbe stata poter festeggiare usando, con il pieno diritto di poterlo fare, lo slogan dell’Inter per quel famoso scudetto? Che grande occasione sarebbe stata quella di levarsi di dosso definitivamente l’etichetta di “ladri”? Quanto sarebbe stata forte l’immagine di Buffon che alza il tricolore come vessillo di onestà?

Che esempio di stile, di eleganza, che segnale di cambiamento avrebbero dato Marotta e Agnelli, se invece di fare quelle dichiarazioni, avessero detto un ipotetico “… Questo è solo l’inizio, adesso riprendiamoci sul campo tutto quello che ci hanno tolto a tavolino”?

Sulla Gazzetta l’editoriale titola “Firmato Agnelli” e all’interno ci sono due pagine sulla storia degli Agnelli alla guida della Juve. Credo che gli Agnelli, quelli veri, non avrebbero mai messo la firma su queste dichiarazioni, e avrebbero tenuto ben altro comportamento di fronte alla vittoria.

La Juve è tornata vittoriosa come un tempo, ma temo che lo stile e l’eleganza che hanno contraddistinto la Vecchia Signora, siano definitivamente perduti.

Spero che questo scudetto aiuti a sfogare il rancore represso dalla scarsa visibilità di questi anni e aiuti i tifosi juventini a voltare pagina. Ma lo dico con sincerità, sul serio, ma non per altro, perché di ‘sta storia non se ne può veramente più. Lo dico da amante dello sport, non da tifoso: mettetevi il cuore in pace,  consolatevi con le nuove vittorie STRAMERITATE e passate oltre.

 

 

P.S. Ah un’altra cosa… Va bene che Milano accoglie tutti, se fossero stati napoletani immigrati o figli di immigrati a festeggiare in piazza sarei stato felice. Ma voi non siete immigrati, siete infiltrati, se volete festeggiare lo scudetto, andate a Torino, Piazza Duomo non è cosa vostra, grazie.

P.P.S. vista la sana antipatia che ci divide, amici juventini vi avverto: leggete questo articolo con sportività e ironia, perché è con questo spirito che l’ho scritto.


2 secoli di musica dentro a un ragazzo di 24 anni

Nel pieno del delirio del salone e fuorisalone, Milano si ferma un attimo e come sempre riesce a regalare attimi di assoluta bellezza a chi si sa fermare con lei.

Mentre tutta la città rimbalza da un’esposizione all’altra, Michael Kiwanuka atterra ai Magazzini e trova ad attenderlo il pubblico classico dei concerti di artisti molto chiaccherati ma non ancora famosi: 40% perché fa figo esserci, 40% addetti ai lavori o pseudo tali, 19,9% fan e estimatori, 0,1% Rosalino Cellamare… sì Ron. L’assortimento alla fine si rivela essere un buon pubblico, partecipe ma non esagitato, posato ma non fighetto.

Il giovane si presenta sul palco con una band altrettanto giovane, e il dubbio su questi artisti così osannati al primo disco è sempre latente. Non si sa mai se è sostanza o montatura. Per Michael Kiwanuka questo dubbio svanisce nel momento in cui apre bocca.

Il concerto inizia con “I’ll get Along” e la prima cosa che salta alle orecchie, oltre alla voce, è che il disco racconta senza inganni e senza artifici quello che questo artista è in grado di creare.

Il suo approccio sul palco è timido e umile, lo sguardo è un po’ smarrito e meravigliato, a vederlo sembra quasi un cerbiatto buttato in tangenziale, fa quasi tenerezza, ma questo approccio lo aiuta a “stringere a se” il pubblico e a tenere alta l’attenzione.

Si passa da un pezzo “minore” come “I need your company” dal suo primo Ep, per preparare il campo alla prima perla della serata. “Always Waiting” ci regala tutto lo splendore della voce di Michael e tutto il calore della sua musica. Vedendo i suoi occhi mentre canta sembra quasi uno strumento nelle mani di qualcun altro, sembra che l’unica cosa che faccia per far uscire quella voce sia non creare nessuna resistenza a un flusso. Un flusso incredibile di storia, di sofferenza, di amore, di sensibilità e passione. Perché nonostante il ragazzo abbia solo 24 anni, ascoltandolo sembra di sentire contemporaneamente 2 secoli di storia di musica black, sintetizzati in un unico timbro vocale che nel contempo, e non si capisce come riesca a farlo, proietta nel futuro tutta la musica venuta prima di lui.

Con “I’m getting ready”, ci fa entrare definitivamente nel suo mondo, il pubblico è caldo, la sua timidezza inizia a lasciare spazio a un po’ di tranquillità, e ci regala un altra grande performance.

Da qui in poi il concerto decolla, con “Tell me a tale” si apre una parte un po’ più “suonata” del concerto, alla fine c’è spazio anche spazio per una lunga coda strumentale.

I musicisti sono incredibili, riescono sempre a creare bellezza intorno a lui, a fare quello che serve al momento giusto nel modo giusto. Il chitarrista è quello che mi ha stupito di più, non sentivo un gusto e un tocco così intensi da moltissimo tempo. Appena c’è spazio per esprimersi, infila un meraviglioso  assolo di velluto su una altrettanto vellutata “Worry walks beside me”.

C’è tempo anche per delle cover interpretate in modo egregio, e per un po’ di funky, con Hendrix e Bill Withers.

A mio avviso però il ragazzo da il meglio di se quando la trama intorno a lui si fa semplice, e non a caso c’è il giusto spazio riservato sul palco solamente a lui e alla sua chitarra. Credo che sia anche la situazione a cui lui è più abituato, in cui può far uscire la sua voce senza preoccuparsi di quello che gli sta succedendo intorno. Non a caso “I want lie” è il momento forse più intenso di tutta la serata.

Si chiude con la tilte track del suo disco e la cover di Whiters.

C’è tempo per un bis (quand’è che si porrà fine a questa pagliacciata di uscire e rientrare?), nel quale Michael ci propone “Lasan”, pezzo realizzato con la collaborazione di Dan Auerbach dei Black Keys, suonato con solo chitarra e basso.

Si va via con la consapevolezza di aver assistito a un concerto di un artista vero, già maturo ma con margini di crescita enormi. Michael Kiwanuka ha un potenziale che forse non conosce ancora bene neanche lui, ma credo che la sua attitudine sia perfetta per poter andare avanti esplorando le sue capacità senza intoppi e per imbroccare la strada giusta.

Alla fine trovo anche l’occasione di santificare il Record Store Day comprando il vinile di Home Again. Non si poteva chiedere di meglio per concludere.


“Salviamo i ciclisti”, ma i ciclisti si salvino anche da soli

Domani sera alle 22.30 ci sarà il decennale della Critical Mass milanese, con il solito raduno del giovedì sera che molto probabilmente si trasformerà in un fiume in piena di biciclette che imballerà mezza città.

Ieri il Sindaco Pisapia ha aderito ufficialmente all’appello di “Salviamo i Ciclisti”.

Dalla concomitanza, casuale o forse no, di questi due eventi sembra che sul fronte due ruote a pedali a Milano si stia veramente muovendo qualcosa di concreto, per la sicurezza e la viabilità.

Oltre a chiedere però, i ciclisti, noi ciclisti, mi metto dentro anche io a scanso di equivoci, dobbiamo impegnarci.

Impegnarci ad essere civili, educati, rispettosi e sicuri. 

Scegliere la bicicletta al posto dell’auto o del mezzo pubblico è già un atto di civiltà e rispetto verso gli altri, verso il mondo, verso chi avrà in eredità il nostro mondo. Ma questo atto di civiltà non ci deve far sentire in diritto di prevaricare altre regole, non ci deve far sentire “superiori”.

Se si va a guardare,  la posizione che assumi quando sei in bicicletta ti da l’impressione inconsciamente di essere un essere superiore nella fauna stradale. Sei più in alto rispetto alle macchine e ai pedoni, non hai sotto un motore che fa rumore per cui la tua voce in strada si sente chiara e pulita, da più soddisfazione insultare l’automobilista indisciplinato, in più riesci a passare dove nessun latro riesce, quando tutti sono bloccati nel traffico spesso la bicicletta è l’unico mezzo che trova una via d’uscita. Tutte cose che inconsciamente portano ad essere un po’ sopra le righe. (questo spunto è ispirato da un articolo di cui purtroppo non ricordo nè l’autore nè dove era pubblicato, mi scuso per la mancanza di citazione)

Ma per chiedere rispetto e attenzione e ottenerli, la prima regola è essere altrettanto rispettosi e attenti. Semplicemente seguendo le regole e con un po’ di buon senso.

Quante volte ho visto ciclisti eseguire manovre da suicidio volontario in mezzo agli incroci, quante volte ho visto ciclisti saltare da una parte all’altra della carreggiata senza minimamente guardare, quante volte ho visto ciclisti passare a 30 all’ora col rosso, prendere vie contromano in mezzo alla strada, magari insultando pure l’automobilista che arriva dall’altra parte.

Va bene chiedere provvedimenti per aumentare le piste ciclabili, per aumentare la nostra sicurezza, ma anche molti di noi ci mettono il carico sulla pericolosità delle strade…

Per esempio agli incroci se devo girare a sinistra, non mi metto mai in mezzo alla carreggiata, con le macchine che mi passano da tutte le parti per poi dovermi ributtare sulla destra dopo aver curvato. Li attraverso seguendo le strisce pedonali e il semaforo dei pedoni, come dovrebbe essere se ci fossero piste ciclabili e attraversamenti per le bici affiancati alle strisce.

Come le grosse rotonde, secondo me è troppo rischioso affrontarle come “veicolo”, perché non sai mai se la macchina che hai di fianco sta per uscire dalla rotonda o prosegue dentro, ed è difficile segnalare bene la direzione che stiamo prendendo perché l’automobilista affiancato difficilmente riesce a vedere il braccio alzato, meglio attraversarle sulle strisce.

Questi accorgimenti sono fatti perché non c’è una viabilità specifica per le biciclette, ed è una mancanza grave, ma siccome ci tengo alla pelle, cerco di evitare rischi inutili e mi appoggio a quello che ho a disposizione.

Così come cerco di non passare mai con il rosso, anche se la strada è libera, anche se a volte è dura resistere. Perché anche in questo caso se ci fosse una viabilità specifica per le biciclette, molti semafori rossi per le macchine, sarebbero verdi per le biciclette, ma questo non deve essere una giustificazione alla mancanza di rispetto delle regole stradali.

Con questo non voglio dire di essere un ciclista esemplare, sono solo degli esempi di alcuni accorgimenti che adotto per evitare di essere investito.

Quante volte poi (quasi SEMPRE) ho visto ciclisti di notte girare in città, ma anche in stradine molto trafficate e non illuminate in campagna, senza uno straccio di catarifrangente o di luce.

E cosa ci costa mettere il casco?

Molti incidenti mortali o quasi, alcuni dei quali  sono stati anche riportati dai giornali, tipo l’imprenditrice di Milano scippata in bicicletta, molto probabilmente avrebbero avuto un esito molto meno grave se il ciclista avesse avuto il casco.

Io l’ho comprato per fare mountain bike, ma credo che sia infinitamente più pericoloso girare a Milano che girare sui sentieri. Per questo anche quando giro in città non riesco più a salire in bicicletta senza, non mi sento sicuro.

Credo che andare in giro in bicicletta di sera senza luci e senza casco, sia  la cosa più pericolosa che una persona normale possa fare. Tanto vale buttarsi giù dal palazzo della regione con una corda fatta legando insieme le giacche da gay pride di Formigoni.

La spesa per luci e casco poi è veramente irrisoria, con 40 euro, ma anche meno, si riesce ad avere un casco comodo e leggero e delle discrete luci. Non serve che lo rendano obbligatorio, basta il buon senso.

Noi ciclisti in prima persona possiamo fare tanto per la nostra sicurezza, alla fine la pellaccia è la nostra e siamo noi i primi a doverla preservare. E’ giusto, sacrosanto e deve essere assolutamente ascoltato e messo in atto l’appello  ”Salviamo i Ciclisti”, ma anche noi possiamo fare tanto per salvarci.

Non confondiamoci nella giungla cittadina, non diventiamo animali che lottano per la sopravvivenza con la legge del più forte, distinguiamoci dall’inciviltà arrogante del SUV parcheggiato in seconda fila.

Cerchiamo di diventare promotori della più grande rivoluzione a cui l’Italia deve per forza andare incontro per rinascere, che non è quella della viabilità e della mobilità sostenibile, ma è quella della civiltà, del rispetto delle regole, il rispetto degli altri e di noi stessi.


Salviamo i Ciclisti

 

Questo non è un blog su ciclismo e biciclette ma essendo io un mountain biker della domenica e usando spesso la bicicletta, sia per andare al lavoro che per altri spostamenti, ho deciso di aderire all’appello che sta unendo diversi siti e blog, pubblicando il comunicato e spedendo la lettera a tutti i quotidiani.

 

Gentili direttori del Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport, Il Messaggero, Il Resto del Carlino, il Sole 24 Ore, Tuttosport, La Nazione, Il Mattino, Il Gazzettino, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Giornale, Il Secolo XIX, Il Fatto quotidiano, Il Tirreno, Il giornale di Sicilia, Libero, La Sicilia, Avvenire.

La scorsa settimana il Times di Londra ha lanciato una campagna a sostegno delle sicurezza dei ciclisti che sta riscuotendo un notevole successo (oltre 20.000 adesioni in soli 5 giorni).

In Gran Bretagna hanno deciso di correre ai ripari e di chiedere un impegno alla politica per far fronte agli oltre 1.275 ciclisti uccisi sulle strade britanniche negli ultimi 10 anni. In 10 anni in Italia sono state 2.556 le vittime su due ruote, più del doppio di quelle del Regno Unito.

Questa è una cifra vergognosa per un paese che più di ogni altro ha storicamente dato allo sviluppo della bicicletta e del ciclismo ed è per questo motivo che chiediamo che anche in Italia vengano adottati gli 8 punti del manifesto del Times:

  1. Gli autoarticolati che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.
  2. I 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati, ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.
  3. Dovrà essere condotta un’indagine nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Italia e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.
  4. Il 2% del budget dell’ANAS dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione.
  5. La formazione di ciclisti e autisti deve essere migliorata e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.
  6. 30 km/h deve essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.
  7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato dalla Barclays
  8. Ogni città deve nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme.

Cari direttori, il manifesto del Times è stato dettato dal buon senso e da una forte dose di senso civico. È proprio perché queste tematiche non hanno colore politico che chiediamo un contributo da tutti voi affinché anche in Italia il senso civico e il buon senso prendano finalmente il sopravvento.

Vi chiediamo di essere promotori di quel cambiamento di cui il paese ha bisogno e di aiutarci a salvare molte vite umane.

Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questa lettera attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito, attraverso Twitter utilizzando l’hashtag#salvaiciclisti e, ovviamente, inviandola via mail ai principali quotidiani italiani.

Scarica qui la lista degli indirizzi mail.

Tutti gli aderenti all’iniziativa saranno visibili sulla pagina Facebook: salviamo i ciclisti

Hanno aderito all’iniziativa:

piciclisti
amicoinviaggio.it
34×26.wordpress.com
rotalibra.wordpress.com
frrfrc.blogspot.com
wildpigs.it
riky76omnium.wordpress.com
bicizen.it
urbancycling.it
lastazionedellebiciclette.com
rotafixa.it
americancyclo.wordpress.com
biciclettedecadence.blogspot.com
mtb-forum.it
bdc-forum.it
lifeintravel.it
milanonmybike.blogspot.com
ditrafficosimuore.org
raggidistoria.com
ediciclo.it
pedalopolis.org
ciclomobilisti.it
Forum Indipendente Biciclette Elettriche, Pieghevoli e Utility
casbahcicloclub.com
ilikebike.org
bikeride.it
bicisnob.worldpress.com
bicicebasta.com
muoviequilibri.blogspot.com
festinalente.ztl.eu
rotazioni
pisteciclabili.com
ciclistilombardianonimi.blogspot.com
ciclospazio.it
areabici.blogspot.com
re-cycles.blogspot.com
ciclofficinamartesana.blogspot.com
ciclonauti.org


Un nome, una garanzia…

CONCORDIA: 14 gennaio 2012

CONCORDE: 25 luglio 2000

Non è che porta un po’ sfiga ‘sto nome?


La resident band dell’INFERNO.

C’era tanta aspettativa da parte mia, per questo concerto dei Mastodon, troppa aspettativa, troppa la speranza di vedere finalmente un loro concerto in un luogo e in un modo che gli rendesse finalmente giustizia.

Li ho visto quasi tutte le volte che sono passati in Italia, di supporto ai Tool a Torino, prima dei Machine Head a Trezzo, al Gods of Metal a Monza. In tutte le occasioni sono andato principalmente per vedere loro, a parte quella con i Tool, perché detto con tutta sincerità del metal classico fatto di poser decrepiti non me ne può fregare di meno.  Ho saltato quella da headliner ai Magazzini di Milano, ma a detta di molti è stato meglio così, e me lo aspettavo, perché quel posto non è adatto a sentire bene un concerto.

Nelle altre date che ho visto la qualità del suono non è mai stata accettabile, deve essere veramente un calvario fargli da tecnico del suono. Oltre a questo va aggiunto che i ragazzi non è che fossero dei gran cantanti (fino ad ora), quindi ho sempre avuto un po’ il dubbio che la colpa del casino che usciva dalle casse non fosse solo del tecnico o dell’impianto ma fosse un po’ anche loro.

Un concerto dei Mastodon da headliner in un posto decente era una cosa che aspettavo da circa 10 anni. E all’Alcatraz, se un concerto non mi ha soddisfatto è sempre stato per colpa della band, e mai per colpa dei suoni, sempre vicini alla perfezione. Quindi, per me, questa era una grande prova che dovevano superare…

L’hanno superata. Cazzo se l’hanno superata.

Prima di parlare di loro però bisogna fermarsi un attimo e dedicare il giusto tempo ai grandissimi Red Fang. I Mastodon non potevano scegliere band migliore per aprire i loro concerti. Visti al Magnolia l’estate scorsa quando ho saputo che li avrebbero accompagnati, mi sono fiondato sul sito di Ticketone a comprare i biglietti (A proposito, far pagare delle commissioni di servizio di quasi 4 euro su un biglietto di 30, è veramente da ladri).

Simpatici, umili, con un tiro pazzesco e delle grandi idee. Una band di operai che invece di passare la vita al tornio, ha passato la vita girando da un posto all’altro senza mollare mai gli strumenti, e si sente. I Mastodon che conoscono bene le loro qualità gli hanno lasciato più tempo rispetto a un classico guest e loro se lo sono preso tutto e se lo sono meritato, regalandoci un gran concerto.

Per chi non li conoscesse, i video descrivono benissimo quello che sono:

Rispettivamente apertura e chiusura della loro setlist. E direi che non c’è bisogno di dire altro.

I Mastodon… beh… i Mastodon… i Mastodon sono stati immensi. Sono riusciti a creare il concerto perfetto, come suoni, intensità, scaletta, qualsiasi cosa era al posto giusto. e sono anche migliorati molto in tante cose. Sono migliorati nella pulizia dei suoni delle chitarre, perché forse era anche un po’ colpa loro se non si capiva niente prima. Sono migliorati come frontmen, comunicano di più con il pubblico, anche se più a gesti che a parole, cercano di tirarlo più in mezzo, di renderlo partecipe della loro esibizione.

Soprattutto però sono migliorati come cantanti, Brent che prima riusciva solo a produrre urli strazianti riesce ad avere un po’ di melodia e soprattutto ad essere intonato. Troy va a prendere delle note con la voce che fino a qualche anno fa non pensava neanche esistessero. Bill si è messo anche lui a sbraitare al microfono, quando prima era l’unico senza. Brann conferma le sue ottime doti oltre che di batterista anche di cantante. Non so come faccia a coordinarsi con la voce mentre fa quelle cose con la batteria, ma le fa bene. Lui è il vero valore aggiunto della band, come sempre è il batterista che fa la differenza.

Ormai sono la versione di Satana dei Pooh, cantano tutti e quattro e tutti sono frontmen.

Il concerto è stato un flusso continuo e omicida, non c’è stato un attimo di pausa, grazie a una scaletta che sputava sangue e ce l’ha fatto sputare anche a noi che eravamo sotto.

La partenza affidata a Dry Bone Valley e Black Tongue, che hanno messo in strada il motore che poi non si è più fermato. Fino a metà concerto ho sentito gli schiaffi sulla faccia che uscivano dalle casse, non so indicare un pezzo che è spiccato sugli altri, la potenza di fuoco è stata talmente alta che nella memoria mi è rimasto solo un flusso di suoni continuo e veramente ben costruito.

Il primo attimo di tregua c’è stato con Sleeping Giants, che è stata una delle perle della serata, ormai è uno dei loro inni e l’esecuzione è stata incredibile. Poco dopo però si è ritornati al tritacarne della prima metà. In assoluto Spectrelight è stata la rasoiata più forte della serata per me, di una violenza e precisione rare.

La scaletta è stata messa insieme con il meglio, non potevano scegliere pezzi più adatti e ordine più azzeccato. Il finale poi è stato il gancio del KO con  Iron Tusk, March of the Fire Ants e Blood And Thunder.

La vera fine del concerto però è stata con un pezzo che avevo fortemente sottovalutato di The Hunter e che invece si è rivelato epico e quasi commovente. E sono quasi felice per loro e per noi che siano riusciti a creare un vero inno da barba e boccale di birra da cantare abbracciati a degli sconosciuti ubriachi più di te, il pezzo è Creature Lives, che hanno cantato sul palco insieme ai Red Fang e a un gruppo di ragazzi presi fra il pubblico che invece di godersi il momento non facevano altro che farsi foto e filmati da postare su Facebook. Imbarazzanti… o forse sono io che sono vecchio.

Dopo questo concerto se Satana un giorno venisse da me e mi chiedesse un consiglio per una resident band da mettere all’inferno, risponderei senza esitazione: MASTODON!

P.S. non ho tempo di ricontrollare eventuali errori, abbiate pazienza. Poi provvederò.


Milano protegge le sue perle: Scott Matthew e Josh T. Pearson

Se due indizi fanno una prova, allora ho la quasi certezza che Milano sia un organismo autosufficiente che nasconde le sue perle alla vista di chi non è curioso, di chi è pigro. In questo caso non parlo di angoli nascosti, di tutti quei posti splendidi della città che si nascondono alla vista di chi è distratto, ma che si offrono silenziosi chi è disposto a fare quel passo in più per cercarli. Parlo della vita della città, dei suoi eventi.

Ho sempre amato questa città e non ne ho mai fatto segreto, ne ho già scritto in molte altre occasioni, anche se l’ho tradita con New York che è ancora miei pensieri. Mentre mi appresto a diventarne cittadino effettivo, dopo anni di cittadinanza “onoraria”, proprio ieri sera ho trovato il secondo indizio di questa mia teoria senza alcun fondamento scientifico e nessuna velleità di averne.

Il primo indizio lampante dopo molte piccole avvisaglie l’ho avuto un paio di anni fa, in una sera come ieri a inizio settimana, in cui pioveva a secchiate e c’era un vento pazzesco e la cosa più naturale da fare era stare in casa all’asciutto. Invece decisi di uscire per andare alle Scimmie a vedere un piccolo concerto di Diego Mancino, nonostante sapessi che sarebbe iniziato tardi e finito tardissimo. Furono un concerto e una serata meravigliosi.

Ieri invece Milano ha deciso di proteggersi con la barriera più potente che possiede  e con la quale è diventata famosa (ma ormai c’è più nebbia al centro-sud che qui, miei cari…): una gran nebbia, non la più fitta che io abbia mai visto ma di tutto rispetto, su una scala da uno a dieci diciamo un 7,5.

Ieri sera al teatro Martinitt, c’erano due personaggi che si sposano perfettamente con le atmosfere fredde e nebbiose: Scott Matthew e Josh T. Pearson. Il primo un perfetto sconosciuto per me e gran sorpresa della serata, il secondo autore di un disco veramente notevole.

La serata inizia con Scott, il suo ukulele baritono e due musicisti.

Si capisce dalle prime note che non è un supporto a Josh, ma un concerto vero e proprio, la scaletta è ricca, si prende tutto il tempo necessario e alla fine troverà anche il tempo per un bis. La sua voce è perfetta per essere accompagnata da un ukulele e pochi altri arrangiamenti, molto piena, rotonda, leggermente soffiata, usata con molta cura e intelligenza, per dare la giusta intensità e il giusto colore ai pezzi, bilanciando bene falsetto, sussurrato, e parti più potenti. E’ uno che sa veramente come emozionare e come trasmettere la grande intensità e delicatezza delle sue canzoni. Canzoni che sembra incredibile siano fatte (e credo anche composte) usando principalmente l’ukulele, per la grande varietà di idee messe sul tavolo e la costruzione perfetta delle strutture…

Avete presente le pippe per ukulele di Eddie Vedder? Ecco questo è un altro pianeta.

Oltre alle capacità di grande cantante e grande autore si presenta anche bene sul palco, con quel suo stile da Band of Horses mancato, con la giusta dose di umiltà e timidezza, mascherate da una vena comica che rende divertenti le spiegazioni dei pezzi e fa da netto contrasto con la natura cupa e triste di questi ultimi.

Come ho detto è stato una grande sorpresa e, nella pausa fra i due concerti, ne ho approfittato per comprare il vinile del suo Gallantry’s Favorite Son.

Durante la pausa il palco si svuota, rimangono solo un’asta, un microfono e un occhio di bue. Ad un certo punto una barba spunta da dietro le quinte, Josh sale con la chitarra ancora nella custodia, manco fosse un busker qualsiasi che passa di là. Apre, imbraccia la chitarra, si prende il suo tempo per accordare e fa capire subito come sarà l’andazzo del concerto “This song is called tuning”, e dopo due prove per verificare l’accordatura “Thank you good night” e fa per andarsene. Tutto il concerto sarà costellato da un umorismo nero, da prese in giro a noi italiani al limite dell’offensivo e ci tiene a specificare che sta scherzando: “Wow, che pace! E’ la prima volta che sono in una stanza piena di italiani e c’è questo silenzio, bravi, vedo un radioso futuro davanti a voi!” preceduto da un “Good No Berlusconi Day!” e altre battute sul nostro ex presidente tipo “Resturants are full…”, ma dopo averci “bastonato” per quasi tutta la serata mostra profondo rispetto per i nostri meriti e le nostre capacità artistiche “Thank you for Verdi” o a proposito sempre di Berlusconi “Maybe Sorrentino could make a film… i’ve seen Il Divo and it was great, i really like it”, chiude il cerchio nel suo caratteristico e forse discutibile humor, con alcune barzellette (guarda caso un pezzo forte di B.) sui musicisti e sui pompini.

Fra una minchiata e l’altra però quando si avvicina il microfono e fa andare le dita sulla chitarra è un fiume nero e profondo, le sue dita e la sua voce sono capaci di creare il vuoto intorno a un rivolo di note sussurrate, oppure di inondare la sala con una cascata di suoni. C’è poco da dire di tecnico oltre a questo sul suo concerto, se non che ha suonato alcuni brani dal suo disco e ha chiuso con un “Rivers of Babylon” uno spiritual degli anni ’70. La scaletta conta poco. Un concerto così è da vivere, Josh T. Pearson esprime la tradizione americana, ma con quel qualcosa in più che lo rende unico, nelle sue canzoni respiri il texas, il tennesee, l’alabama, l’oklahoma, tutti quei nomi di stati americani che ti fanno pensare a mandrie, praterie e ranch sperduti con vecchi cow-boy seduti sulla sedia a dondolo in veranda a fumare il sigaro e a bere whisky. Oltre a queste immagini però riesce a farti respirare la sua anima, la sua vita, sembra stia pregando, sembra stia chiedendo perdono lì da solo con la sua chitarra e le sue parole.

Alla fine Scott e Josh regalano più di due ore di grande intensità, protetti da una Milano che sapeva bene cosa stava succedendo nella sua pancia.

A proposito di musica dal vivo e di concerti di qualità, colgo l’occasione di ringraziare i ragazzi dell’associazione Golden Stage che ha organizzato questo concerto e molti altri, mettendo insieme una rassegna di grande qualità, che ha scommesso su due nomi quasi sconosciuti ed è stata premiata con un teatro quasi pieno nella profonda periferia di Milano. Complimenti, c’è un gran bisogno di gente come voi.

E se qualche sera Milano sembra la città più inospitale della terra, sappiate che da qualche parte al suo interno sta succedendo qualcosa di speciale… sta a voi scovarlo e goderne.

 

 

 

 

 

 

 


Caro gestore di locale con musica dal vivo…

Prendo spunto da questo video per scrivere una cosa di cui ho parlato millemila volte con amici musicisti e non, sul trattamento riservato alle band nei locali in cui si fa musica dal vivo, sui locali, sulla gestione ecc.

Caro gestore di locale con musica dal vivo, mi rivolgo a te che hai un piccolo locale non ancora affermato,

inizio col dirti grazie, perché la scelta di far suonare qualcuno nel tuo locale è una scelta coraggiosa, che ti fa onore. Aiuti la cultura italiana, dai la possibilità alle persone che vengono a bere qualcosa e a divertirsi di apprezzare il frutto della passione artistica di qualcuno, di arricchirsi con quello che il musicista ha da offrire, di venire a contatto con l’arte, dai la possibilità a ragazzi che hanno voglia di fare, di esprimersi davanti a un pubblico, di confrontarsi con le persone.

Però se già stai facendo una cosa, falla bene, se no è inutile e fai solo danni, e sono danni enormi che vanno al di là della tua immaginazione. Andiamo per punti.

Punto primo, il più importante: LA PROGRAMMAZIONE.

Fare musica dal vivo non significa far suonare gente a caso, l’amico, il parente, fare la settimana prima piano bar e la settimana dopo death metal, perché così ti fai solo del male e fai del male a chi viene a suonare e anche a chi viene a sentire.

La programmazione delle serate deve essere coerente, deve essere studiata, deve avere un senso, deve dare identità al tuo locale, deve dare QUALITA’. 

Se uno si presenta una sera e c’è jazz, pensa “bello ‘sto posto dove fanno jazz ci devo tornare” e quando torna la seconda volta c’è musica elettronica, ti sei giocato un “avventore” e tutti i suoi amici che ascoltano jazz e tutti quelli con cui parlerà di jazz e di locali a cui dirà “Cavolo sono andato in quel locale una sera e c’era un bel gruppo jazz, poi sono tornato la settimana dopo e c’erano due imbecilli con le maschere che facevano solo rumore con due pianole, che schifo” e magari erano i Daft Punk.

Hai due possibilità: o fai una programmazione incentrata sull’altissima qualità, e allora puoi spaziare anche fra vari generi, perché la gente a cui piace la qualità della musica, solitamente piace anche variare genere. Oppure puoi incentrare la programmazione su un genere musicale e allora richiamerai gente a cui piace tantissimo quel determinato genere e chiude un occhio se il gruppo che ha visto una sera non è proprio eccelso.

Punto secondo. LA PROMOZIONE.

“Quanta gente portate?”. Questo è un classico esempio della promozione fatta dalla maggior parte dei locali.

Ti devi mettere in testa che i musicisti non sono PR. La promozione al tuo locale la devi fare tu. Devi capire che se anche un gruppo vi porta 100 persone ma oltre a quelle il locale è deserto quelle 100 persone che bene o male si conosceranno tutte, non torneranno MAI nel vostro locale deserto se non per sentire quel gruppo. E comunque la seconda volta nel giro di un mese che farai suonare lo stesso gruppo perché “cavolo han portato un sacco di gente”,  ne porteranno la metà.

Perché se non ci sono altre persone nel locale che vedono per la prima volta quella band e ne rimangono positivamente impressionati e magari ne parlano agli amici che la volta successiva verranno a vederli e a loro volta ne parleranno con altri amici, il giro della band rimarrà sempre lo stesso che non va a vederli due volte nello stesso mese nello stesso locale deserto.

Lo stesso discorso vale se hai comunque gente che frequenta abitualmente il tuo locale.

Se tu fai suonare una band di cani impestati che però “cavolo portano 200 persone”, avrai sì il locale strapieno per quella sera, ma le persone che abitualmente vengono a bere qualcosa non saranno felici di farsi strapanare da una band tipo questa, e andranno in giro a dire che nel vostro locale ci suonano gruppi di merda e che non ci torneranno più. Né loro, nè i martiri che sono venuti a vedere la band, che verosimilmente saranno parenti e amici che fanno un grande favore al gruppo che magari suona per la prima volta… e speriamo mai più.

Certo i musicisti dovrebbero avere un proprio giro di persone che li seguono per poter suonare nei locali, devono comunque pubblicizzare il loro concerto, soprattutto se sono poco conosciuti, ma l’affluenza non deve dipendere solo da loro, altrimenti è inutile, non serve né alla band né al locale.

Per cui se non l’hai ancora capito fare una buona promozione conviene a tutti e crea un circolo virtuoso che alimenta contemporaneamente il tuo locale e le band di nuove persone.

Punto terzo: IL COMPENSO.

I musicisti devono mangiare, come tutti, devono pagare l’affitto, come tutti, hanno dei costi di produzione, come tutti, impiegano del tempo, come tutti. “Si ma tanto lo fanno per passione, è solo un hobby”, si ma questo non vuol dire che debbano essere sfruttati.

Ti spiego il procedimento che porta una band a suonare nei locali. Prima di tutto si deve comprare una strumentazione, teniamo conto di una strumentazione media, per una band classica di 4 elementi, né scarsa né professionale con un calcolo spannometrico:

Chitarra: 800€

Amplificatore: 1000€

Basso: 800€

Amplificatore: 1000€

Batteria completa: 1000€

microfono-impianto voce: 1200€

TOTALE 5800€

Senza contare che prima avranno sicuramente comprato una strumentazione scarsa, da principiante, per iniziare.

Poi deve imparare a suonare:

Per i corsi avanzati per imparare a suonare facciamo un 1200 euro circa a testa per lezioni private per un anno, una volta alla settimana.

Fanno 10.600€ di spese.

Non contiamo le continue piccole spese per i materiali, corde, plettri, bacchette, pelli della batteria, effetti, pedali, upgrade, corsi di perfezionamento, con i quali credo si arrivi a un minimo di 500€ a testa all’anno.

Per suonare in un locale un gruppo deve provare. Se sono fortunati hanno un box, una casetta in campagna, un capanno degli attrezzi dove suonare, altrimenti devono affittare una saletta e sono dai 50 ai 100 euro (minimo) al mese che se ne vanno a testa. O comunque dovranno spendere per isolare acusticamente il posto che hanno già.

“Sì, ma tanto che fatica fanno, si divertono”. Un gruppo per suonare una sera deve fare una serie di cose che non sempre sono ben chiare a chi non suona.

Bisogna provare, come ho detto prima, almeno due o quattro ore alla settimana,  poi il giorno del concerto ci si deve trovare al pomeriggio a caricare l’attrezzatura. Attrezzatura che PESA, che si fa fatica a portare, invito tutti a sollevare un amplificatore serio per basso e a portarlo a mano per qualche metro e poi vediamo se i musicisti non fanno fatica… 

Ci si trova alle 17.00 (ora più ora meno) per caricare gli strumenti, si parte, ci si reca sul luogo del concerto, quasi sempre all’ora di punta, quindi con un traffico allucinante, si arriva al locale, si scarica l’attrezzatura, la si porta sul palco, si monta. Almeno due ore vanno via se tutto fila liscio. Poi si fa il sound check, si sistemano le ultime cose, si mangia (forse), ci si prepara per il concerto. Si suona, una o due ore a seconda del tipo di serata, ma anche tre ore. Si finisce e si è veramente distrutti dopo aver suonato, è come fare una maratona. Ci si cambia, e si inizia a smontare, si ricarica l’attrezzatura e si riparte, si ritorna in saletta, si scaricano le cose e si va a casa. Oppure le si porta a casa direttamente se non si ha una saletta. Nella migliore delle ipotesi, si finisce per le 2 di notte.

Poi mettici le spese: la benzina, le corde nuove, le bacchette nuove, i plettri nuovi, i cavi nuovi che compri apposta per far sì che la serata vada per il verso giusto e senza intoppi.

Dalle 17.00 alle 2.00, fanno 9 ore di lavoro.

Con una paga oraria da raccolta di pomodori sarebbero 50 euro a testa. 200 euro per tutto il gruppo. Senza Spese. Senza contare le ore per le prove della serata. Senza contare che molto probabilmente per venire a suonare se è in settimana il gruppo avrà chiesto sicuramente dei permessi al lavoro. Sarebbe proprio il minimo sindacale per recuperare un minimo di costi e di sbattimento.

Per cui caro il mio gestore quando dici al gruppo che non gli puoi dare niente perché non hai fatto abbastanza incasso, perché il locale era vuoto, perché “dai per questa volta era una prova la prossima vi pago” e poi non ti fai più vivo, saresti da denunciare. Perché i fornitori, anche se non hai fatto l’incasso li devi pagare lo stesso e dovrebbe essere uguale per chi ti fornisce “l’animazione” della serata. Poi se il gruppo non ti ha “portato nessuno” sei liberissimo di non richiamarlo, ma la serata ormai l’ha fatta.

E poi quanto ti costa a te una birra? Quanto ti costa un panino? Di certo non vai in rovina se uno si prende una birra in più. Trattali bene ‘sti musicisti, lasciali liberi di prendere quante birre vogliono (con i dovuti limiti naturalmente) non si può stare in ballo otto, nove, dieci ore, avendo un solo free drink per tutta la serata o magari neanche quello. Falli sentire a casa, non trattarli come dei barboni, perché anche così si crea un circolo virtuoso, loro parleranno bene del locale, saranno più invogliati a farvi pubblicità, vi segnaleranno altre band valide che faranno conoscere il locale ad altra gente. Sarà la band, la volta che non ci sarà molta gente a dirti “va be dai per questa volta dacci un po’ meno”. Non mi dilungo su questo punto perché ci sarebbero esempi ignobili da portare, vissuti anche in prima persona, ma voglio essere propositivo e non polemico.

Micro-implicazioni.

Tutto questo implica che chi organizza le serate se ne intenda un po’ di musica, perché altrimenti non saprebbe valutare la bravura di una band, implica che sappia come si fanno certe cose, come si muove quel mondo, cosa serve per fare una buona serata, implica che il locale abbia un acustica decente, che si sappia fare un minimo di suoni. Implica di avere il locale adatto a fare un certo tipo di musica, perché se si ha un pub 2 metri per 3 non si possono fare concerti grindcore (a meno che non sei un po’ pazzo e vuoi creare un locale unico nel suo genere dal quale esci con il cervello che cola dalle orecchie), magari si limita la programmazione a concerti acustici, diversamente se hai un locale che è un hangar, non ha senso fare concerti intimi.

Macro-implicazioni.

Tu, gestore di locale, stai alla base di un sistema che inizia da te e finisce ai grandi eventi musicali, ai festival internazionali, ai riconoscimenti ufficiali, alle campagne elettorali, alle celebrazioni nazionali. Stai alla base di un sistema che è immensamente grande, non ti puoi neanche immaginare quanto.

Se tu imposti bene il tuo locale e le tue serate, dal tuo palco aiuterai a costruire la cultura musicale del tuo Paese, aiuterai a crescere gli artisti in gamba e farai cambiare mestiere a quelli incapaci, farai selezione, creerai qualità. Qualità che poi si riverserà piano piano su palchi più grandi, su eventi più grandi, qualità che poi verrà riconosciuta anche all’estero, che ci farà fare bella figura, che ci farà guadagnare in credibilità nel mondo. Sembra incredibile vero? Ma secondo te i Muse e i Coldplay da dove sono partiti?

E a proposito, la cultura musicale di un paese la si costruisce con creazioni originali, non con falsi d’autore. Se tu fai suonare solo cover e tribute band nel tuo locale, contribuirai ad uccidere la cultura musicale italiana e sarà anche un po’ colpa tua se all’estero siamo ancora quelli di “Volare”, del mandolino, della pizza e degli spaghetti. Perché non contribuirai a creare una nuova identità musicale che possa competere con quello che arriva dall’Inghilterra o dall’America. Non contribuirai ad educare le persone all’ascolto di musica nuova, alla scoperta di nuove voci e nuovi artisti, per i quali spendere soldi, tempo, comprare dischi, andare ai concerti. Se le persone non scoprono nuova musica dal basso e non aiutano i gruppi nuovi a crescere tutto il sistema crolla. So che sembra incredibile anche questo, ma è così, è una catena che parte dal basso, e il tuo locale è proprio l’inizio di questa catena. So che è facile fare soldi in fretta con le tribute band, ma alla lunga proporre cose nuove, con coscienza e facendo le cose per bene, porta più soldi e più longevità al tuo locale, i clienti ti saranno grati per quello che gli offri e farai del bene alla cultura del nostro Paese.

Oltre a questo aspetto super-macro ce n’è anche uno un po’ più piccolo.  Se tu imposti male il tuo locale e sarai costretto a chiudere, creerai una brutta fama alla musica dal vivo, perché gli altri diranno che non porta soldi, che non fa guadagnare, che i locali con musica dal vivo chiudono tutti, che non si può investire nei concerti perché fanno solo perdere soldi, per cui oltre a te stesso, farai male anche a tutta l’industria dei concerti.

Come vedi, gli aspetti dietro a un concerto di 4 ragazzini sfigati sono moltissimi e vanno molto al di là del tuo localino e della tua seratina.

Per cui caro il mio gestore, se hai intenzione di fare musica dal vivo pensaci due volte, fallo bene, non tanto per trovare uno sbocco al tuo locale che sta andando male. Pensa a tutte queste cose, pensa a costruire una realtà che possa dare qualcosa di interessante alle persone.

Sarà difficile, ma se lavori bene darà grandi soddisfazioni e anche grandi introiti.


Flash

ESTERI

Indignados.

Ieri sera sentivo L’Infedele (intanto leggevo Rolling Stone), ospiti alcuni Indignados e banchieri-finanzieri.

Tutte queste manifestazioni non servono a nulla. Non sono certo quattro slogan e qualche fancazzista che dorme in piazza a fermare il capitalismo e la finanza. Basta ricordare come si sono dissolte nel nulla le folle oceaniche dei no global. Si mettono spesso nello stesso calderone delle rivolte del Nord-Africa, come se fosse frutto della stessa miccia. In realtà è un grosso errore, perché le manifestazioni del Nord-Africa sono scaturite da gesti eclatanti, estremi e da risposte altrettanto estreme. I manifestanti hanno imbracciato le armi, sono morti, si sono sacrificati. E’ stato il sacrificio di Mohamed Bouazizi che si è dato fuoco, e di molti altri morti nelle manifestazioni a infiammare il popolo. Fra gli indignados armati di IPhone, Ipad, portatili e Blackberry non vedo la disperazione necessaria a causare gesti estremi come quelli del tunisino, che a mio avviso sono l’unico modo per far aprire gli occhi e per scatenare una vera rivoluzione. Finché si va in piazza a esporre striscioni e a gridare slogan vecchi di 50 anni non cambierà mai nulla. Servono gesti estremi, cose che siano capaci di toccare profondamente la sensibilità e il senso di giustizia di tutti.

 

POLITICA.

Crisi.

Sento sempre dire dai politicanti che l’Italia è più forte degli altri paesi perché è forte il risparmio privato. Sarà anche vero, ma lo sarà ancora per poco miei cari. Questo rifugio ormai è diroccato e sta per crollare.  Le nuove politiche lavorative stanno prosciugando tutto il risparmio privato dei ceti medi e bassi. I giovani non riescono a sopravvivere da soli fra anni di università, stage, lavori a progetto, lavori a tempo determinato e sono costretti a ad attingere al risparmio dei genitori e dei nonni per sopravvivere. Così facendo si ritroveranno adulti o anziani senza una copertura, perché non avranno più il  ”tesoretto di famiglia” e non avranno neanche accumulato un risparmio personale, perché avrànno iniziato tardi a lavorare e non avranno avuto la possibilità di mettere da parte qualcosa a causa della saltuarietà del lavoro e dei compensi esigui percepiti per anni. Quel poco che sarà riuscito a tenersi, verrà a sua volta prosciugato dalla prole che verosimilmente si troverà in una situazione ancora peggiore di oggi. Il risparmio privato, se le cose non cambieranno, sparirà nel giro di un paio di generazioni.

 

SPORT

Oriundi.

Quant’è piccola l’Italia, quant’è indietro l’Italia, quanto mi fa vergognare. Mentre nelle nazionali degli altri stati europei  giocano neri, bianchi, gialli, verdi, qui siamo ancora a discutere se un giocatore (Osvaldo) con moglie e figli Italiani sia o meno Italiano. La cosa brutta è che si da tutta la responsabilità ai leghisti per essersi esposti, ma in realtà hanno solo espresso il parere di moltissimi. IGNORANTI.

 

ARTI

Vasco.

In tutto questo strambusto dei Clippini, di Nonciclopedia, della clinica, si è perso di vista il Vasco cantante. Mi stupisce dirlo ma devo ammettere che “I Soliti” è un pezzo degno del miglior Vasco.

 

Lars Von Trier.

Finalmente esce anche in Italia, con un leggerissimo ritardo, Melancholia. Per me lui è il genio, Antichrist è in assoluto il film più forte, profondo, intenso, penetrante e sconvolgente che sia mai stato girato. E Melancholia promette bene. 21 ottobre.

 


 


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